La conoscenza della mente antica (irrazionale) e il controllo delle emozioni passa attraverso la gestione della paura. Nello sport, nel business e nella vita di tutti i giorni. La paura, un’emozione che viene prima di tutto e dopo di tutto, viene prima pure del piacere. Paura di prendere una decisione, paura di vincere, paura di perdere, paura di non essere all’altezza, paura di perdere il controllo, paura di esporsi… la paura cosiddetta “normale” – parafrasando il professor Nardone (uno dei più autorevoli psicoterapeuti italiani), il quale, in uno dei suoi seminari cui ho partecipato, la distinse dalla paura “patologica”. Paura che, da appassionato di neuroscienze e da coach lascio volentieri ai blogger terapeuti.
  
La paura “normale” diceva Nardone, quella che nello sport (ma non solo) viene associata alla paura di avere successo, di vincere (definita letteralmente Nikefobia – dal greco nike vittoria e phobos paura). Una caratteristica, una fobia riscontrabile soprattutto in campo agonistico e che coinvolge tanti (troppi) si trovino a competere in tutte quelle situazioni quotidiane reali e competitive, siano esse sportive o lavorative, dove la paura si esprime generalmente attraverso l’ansia. L’ansia di non mostrare le proprie capacità, l’ansia di farsi male, l’ansia del non deludere l’altro, l’ansia di non raggiungere l’obiettivo prefissato. La nikefobia è un fenomeno per cui un atleta nonostante sia dotato di grandi potenzialità, non raggiunge mai livelli elevati di prestazione sportiva a causa di propri comportamenti specifici quali ad esempio: rende di più in allenamento che in gara, salta regolarmente gli appuntamenti sportivi più importanti, fallisce ad un passo dal traguardo. Ma come , viene da chiedersi, se l’obiettivo finale dello sport agonistico è vincere e avere successo, cosa scatta nella testa di quanti si trovino ad un passo dal traguardo e falliscono clamorosamente? Spesso è la convinzione che il successo richieda delle abilità che si ritiene di non possedere. Un atleta considerato forte e talentuoso, non si percepisce tale. Altre volte scatta la paura di non essere all’altezza delle aspettative delle figure di riferimento (compagni, allenatore, familiari) o del pubblico, sicché s’innesca il meccanismo di rinvio dell’attesa vittoria e si tende a procrastinare all’infinito la manifestazione “sul campo” del talento, del proprio valore.
Succede anche che l’atleta tema di conseguire importanti vittorie che lo sottopongano a una nuova e inaccettabile responsabilità come quella di dover mantenere il livello alto delle aspettative altrui. Ci sono casi in cui la nikefobia colpisce l’atleta in seguito ad un suo successo inaspettato e repentino, che lo “tiri fuori ” dal proprio ambiente, dalle proprie abitudini e da tutto ciò che per lui prima era rassicurante, familiare. In questi casi l’atleta attua comportamenti tali da permettergli di tornare alla situazione precedente, rifiutando i benefici della vittoria. Paura normale? Proprio così, nulla di patologico, in questi casi, magari con il supporto del mental coach (self marketing lo so), l’atleta ma anche il lettore non agonista che soffre la competizione in tutti gli ambiti compreso quello sentimentale (una donna va pur sempre conquistata no?), deve ragionare in modo alternativo alla logica razionale. Come? Creando una paura più grande che inibisca la paura di vincere, di avere successo, di approcciarsi con la donna che si desidera. “Il limite della paura – sostiene Nardone- è una paura più grande”. Voglio essere migliore? Bene, devo educare la paura a farmi fare la cosa piú giusta. Ecco che la paura diventa una risorsa, un’arma in più e la paura stessa diventa coraggio. In natura il coraggio non esiste è solo una paura vinta. Sembra facile a parole ma concretamente come si supera questa fobia, questo spreco di talento e risorse.
E’ opportuno concentrarsi sul processo mentale che porta ad autosabotare le proprie performance.
La mia metodica prevede il lavoro sulla fisiologia, ovvero sul modo di acquisire consapevolezza del proprio corpo per guidarlo in campo (inteso anche come metafora di vita). Il lavoro sullo stato d’animo, ovvero sugli atteggiamenti durante la performance, dove bisogna creare tutte le risorse cui attingere nei momenti difficili di una competizione.
Siamo tutti dotati di una risorsa, l’Inner game, il dialogo interiore, che se usato in termini positivi durante le performance rappresenta il focus su cui concentrarsi e diventa davvero una marcia in più.
Ti é mai capitato di arrivare a un passo dal traguardo è di rimanere bloccato per un semplice errore, un’apparente disattenzione? 
No non sei un eterno secondo. Vuoi correre ai ripari? Il segreto del successo é lì, dentro te. Allenamento, sudore e metodo…
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